Un’équipe di cinque ricercatori delle Università di Sheffield, Tromsø (in Norvegia) e Bolzano ha scoperto l’”arctic browning”, un fenomeno che minaccia di essere potenzialmente disastroso sia per l’ecosistema vegetale della regione artica che per quello di alta montagna e di assestare un ulteriore duro colpo alla lotta contro il cambiamento climatico. Una componente del team, Laura Stendardi, sta svolgendo un dottorato di ricerca alla Facoltà di Scienze e Tecnologie unibz.

Per due anni, dal 2016, gli scienziati hanno raccolto dati sulla vegetazione presente nelle isole dell’arcipelago delle Isole Lofoten, nel nord della Norvegia dove hanno osservato il fenomeno detto dell’”arctic browning”. La parola inglese fa riferimento al cambiamento delle piante che, sottoposte ad una condizione di forte stress, cambiano colore, “imbruniscono”, come conseguenza dello sviluppo di sostanze, gli “antociani”, che contribuiscono a imprimere loro una colorazione più scura.

Non è però il cambio cromatico la notizia cattiva: questa modificazione dell’aspetto della vegetazione implica una lotta per la sopravvivenza che la pianta e l’intero ecosistema hanno intrapreso per far fronte alla vendetta del clima impazzito. Le piante minacciano di morire ma non solo. Quelle che sopravvivono, proprio a causa dell’alterazione delle temperature, hanno dimostrato una dimezzata capacità di assorbire l’anidride carbonica (una riduzione del 48%) ovvero il gas ritenuto il principale responsabile del riscaldamento globale. Ciò alimenterebbe una spirale perversa per cui i cambiamenti climatici provocati dai gas serra provocano scioglimento dei ghiacci e aumento delle temperature e, al tempo stesso, innescano un meccanismo per cui gli ecosistemi – o almeno quelli artici – vengono inibiti nella loro capacità di assorbire CO2.

Laura Stendardi, dottoranda alla Facoltà di Scienze e Tecnologie unibz, due anni trascorsi come ricercatrice al Norut (Northern Research Institute, Tromsø), è una dei cinque firmatari di Arctic browning: Impacts of extreme climatic events on heathland ecosystem CO2 fluxes, la ricerca pubblicata sulla rivista internazionale Global Change Biology. Della ricerca hanno parlato già diverse testate, tra cui Newsweek. Esperta di remote sensing, Stendardi si occupa principalmente della rilevazione tramite satelliti Radar ed ottici della biomassa e della fenologia della vegetazione in ambienti artici e di alta montagna.

Laura Stendardi durante una missione alle Lofoten.

“Eventi climatici estremi che comportano temperature al di sopra dello zero durante la stagione invernale anche al di sopra del circolo polare artico, sottopongono le piante a condizioni di stress”, spiega Stendardi, “a causa del caldo, lo strato di giaccio e neve superficiale si scioglie e lascia le piante esposte ai venti gelidi e senza la possibilità di attingere all’acqua rinchiusa nel suolo, troppo duro”.

La seconda trappola è data dalla confusione generata da una mite temperatura fuori stagione: la pianta attenua le difese dal freddo a causa di una “finta primavera”. “È importante agire al più presto per contenere i cambiamenti climatici“, afferma Stendardi, in sintonia con i colleghi inglesi e norvegesi, “è impressionante vedere come il riscaldamento globale stia cambiando volto al paesaggio naturale artico. Da un anno all’altro abbiamo faticato a riconoscere i posti in cui eravamo stati in precedenza”.

La strumentazione utilizzata per la raccolta dei dati.

Purtroppo, a riprova che le cattive notizie non vengono mai da sole, si aggiunge un’importante osservazione a cui è giunta Stendardi lavorando anche in Val di Mazia, in Alto Adige, a 2.700 metri di quota. “Assieme ai colleghi di Eurac, stiamo monitorando la vegetazione di alta montagna, un ecosistema molto fragile come quello artico. Purtroppo non è escluso che gli eventi climatici estremi possano portare a conseguenze simili a quelle delle isole Lofoten. Con il nostro studio abbiamo evidenziato un problema che prima era sconosciuto. Speriamo dia il via a una ricerca di soluzioni che aumentino la resilienza degli ecosistemi”.

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