AI tempi del Coronavirus anche la scuola cambia, si stravolge, continua nonostante tutto. A rendere possibile il proseguimento delle lezioni ci pensa l’informatica e anche chi era più restìo all’utilizzo di risorse online o a collegarsi in videoconferenza, si trova alle prese con piattaforme di ogni genere che rendono permeabili al sapere i muri (di casa) che ci separano. Ma se da una parte è un’opportunità per rivedere la didattica e misurare quanto è al passo con i tempi, lo spostamento delle lezioni online fa emergere con forza le differenze e il tema dell’inclusione si arricchisce di nuove sfumature.

Dario Ianes, come impatta la didattica a distanza sul tema dell’inclusione?
Le nostre consuetudini sono inevitabilmente scosse e in questo nuovo scenario emergono nuove disparità. La didattica a distanza presuppone la disponibilità di device e connessioni efficienti, che in realtà non tutti hanno. Una famiglia con tre figli, per esempio, dovrebbe avere tre device e un’ottima connessione, per non parlare degli spazi, che dovrebbero consentire a ciascun ragazzo di concentrarsi. Senza dubbio molti saranno in difficoltà a garantire tutto questo. Se poi parliamo della disabilità classica, le difficoltà aumentano.

Ci spieghi meglio.
Gli insegnanti di sostegno sono in grande difficoltà: non possono pescare da un mare di risorse online già disponibili, come invece possono fare gli insegnanti curricolari. Per questi ultimi si tratta di saper riconoscere il materiale migliore, per gli insegnanti di sostegno significa reinventare completamente il modo di lavorare. In una nota del 17 marzo il Ministero li invita ad adattare i materiali degli insegnamenti curricolari ed a lavorare attivamente con la famiglia. Anche i compagni possono essere una risorsa, se si riesce a coinvolgerli in questo lavoro.

Insomma, il passaggio alla didattica online, lungi dal cancellare la socialità scolastica, ne richiede un rafforzamento.
Certo, serve più che mai sentirsi in cordata, sentirsi legati insieme. Se c’è una disabilità il fatto di essere sostenuti da un paio di compagni può fare la differenza. E comunque questo vale in generale per tutti gli studenti: proprio ora che le lezioni si sono spostate dallo spazio reale a quello virtuale, diventa più chiaro che mai che la scuola non è solo contenuto ma soprattutto relazione.

Cosa implica questo per gli insegnanti?
Che si prendano in considerazione modi diversi di imparare: si apre la porta ad una didattica più autogestita dal singolo studente, in cui ciascuno può, per esempio, affrontare in autonomia alcuni testi o contenuti, mentre la parte collaborativa, quella più creativa e costruttiva, la si affronta insieme. Si ridisegna così anche il ruolo del docente. E diventano più evidenti le due dimensioni che compongono l’inclusione: l’apprendimento – che in questo momento richiede agli studenti più autonomia – e la partecipazione, fatta di confronto e socialità, che resta imprescindibile per l’acquisizione di competenze. È come imparare a guidare: posso studiare il codice stradale, ma è solo quando mi trovo in mezzo al traffico che posso dire “sto imparando a guidare”.

Siamo arrivati alla didattica a distanza per causa di forza maggiore. Cosa resterà, una volta passata la tempesta?
Siamo stati costretti a cambiare e la costrizione può essere molto pedagogica. Ora stiamo rispondendo meglio possibile al disagio di questo periodo ma questo passaggio andrà rielaborato e starà anche a noi docenti tenere alto il discorso. E se da una parte è fantastico vedere docenti che rifiutavano qualsiasi invasione tecnologica nella loro didattica scoprirne i lati positivi, è bello anche sentire gli studenti che ora si accorgono di quanto era bello andare a scuola.

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