Il prof. Mirco Tonin, docente della Facoltà di Economia unibz, è uno degli autori del libro “Aver cura del vero. Come informare e far crescere una società inclusiva”. Lo abbiamo intervistato.

Il libro “Aver cura del vero. Come informare e far crescere una società inclusiva”, edito recentemente da Nuova Dimensione, racchiude alcune delle riflessioni sul giornalismo attuale emerse durante il corso di alta formazione “Raccontare la verità: come informare costruendo una società inclusiva. Giornalismo di inchiesta sociale: ricerca e accuratezza come antidoto alle fake news”, organizzato da Fnsi, Articolo21 e Università di Padova con la collaborazione dell'Ordine nazionale dei giornalisti. Mirco Tonin, professore di Politica economica alla Facoltà di Economia, ne ha curato il capitolo su “Gli effetti dell’informazione sui comportamenti e la sostenibilità economica dei media”. Qui, di seguito, l'intervista. 

Prof. Tonin, in apertura del Suo saggio, Lei scrive: “Società democratiche, eque e inclusive hanno bisogno di una informazione di qualità”. Perché?

Se condividiamo l’idea di una società democratica non governata da masse che prendono decisioni sulla base di emozioni manipolabili da demagoghi e populisti di vario tipo, è essenziale che sulle tematiche più importanti ci sia un dibattito serio e approfondito. Purtroppo non è possibile riunirsi nell’agorà come nell’antica Grecia, saremmo troppi. Un mezzo attraverso cui si può tenere una discussione informata, anche serrata, su cui basare decisioni e comporre interessi legittimamente contrastanti è l’informazione, soprattutto in una società in cui organizzazioni come ad esempio i sindacati, che un tempo erano luoghi di dibattito e partecipazione, non svolgono più quella funzione. Un sistema informativo plurale che faciliti un dibattito vero è una condizione necessaria per una democrazia in salute.

Perché, in Italia ma non solo, il lavoro dei*lle giornalist* è spesso disprezzato, accusato di servire interessi nascosti? I commenti agli articoli sulle pagine social dei media sono un esempio eloquente dell’umore e dell’opinione non esattamente ben disposta verso gli operatori dell’informazione di tant* lettori*trici.

In parte penso che i social siano, anche, un luogo in cui sfogare le pulsioni più basse da parte di tanti, nascosti dietro all’anonimato e alla distanza. Non è un fenomeno nuovo ma solamente più visibile. Tanti anni fa, nel 1986, Radio Radicale, per protesta sospese le programmazioni mandando in onda le telefonate degli ascoltatori senza alcun filtro. Fu una sorta di social ante-litteram: divenne “Radio Parolaccia”, in cui le persone abusavano della libertà di espressione per mettere in atto un turpiloquio continuo. Oggi, rispetto al passato, fare il giornalista è ancora più difficile. Bisogna capire e sapere spiegare argomenti disparati in breve tempo, passare ad esempio dall’epidemiologia alla geopolitica. Riuscire a fare le domande giuste è molto complesso perché bisogna aver prima  un quadro d’insieme di un fenomeno. Non è poi banale individuare le persone che possono fornire le risposte e capire se si tratta di fonti interessate, con una propria agenda, o meno. Poi il giornalista deve tradurre il tutto in maniera efficace per un pubblico di non specialisti, in sempre meno tempo e con scarse risorse finanziarie a disposizione. Tutti questi fattori ne fanno un lavoro difficilissimo.

Tuttavia c’è ancora chi il lavoro del giornalista lo fa e anche molto bene, o no?

A mio modo di vedere, in Italia la qualità del lavoro è molto eterogenea, con tanti professionisti seri che arrivano perfino a pagare con la vita la scelta di essere testimoni scomodi, ma anche tanti che fanno sensazionalismo, spettacolo, e non contribuiscono veramente a un dibattito costruttivo, riuscendo però spesso a porsi al centro dell’attenzione. Ma non è un problema esclusivamente italiano. Nel Regno Unito, in cui ho vissuto, i tabloid fanno un giornalismo che, a volte, definire spazzatura è un eufemismo. La BBC, però, fa informazione di altissima qualità. In Italia ci sono casi encomiabili ma manca la massa critica che renda il giornalismo di qualità centrale, e non di nicchia, nel dibattito pubblico. Ciò non aiuta la reputazione della professione.

Quali effetti ha avuto il Covid sulla domanda di informazione?

Assieme ad alcuni colleghi abbiamo fatto uno studio sulla domanda di informazione durante la pandemia visto che per le persone si trattava di una situazione nuova, inedita. Quello che abbiamo osservato è che l’andamento dello share dei telegiornali, sia nazionali che locali, seguiva in maniera molto precisa l’andamento delle infezioni a livello nazionale. Alcuni colleghi invece hanno studiato il caso della rilevanza mediatica data alle rare reazioni avverse al vaccino di AstraZeneca. Ebbene, tale copertura ha modificato l’andamento della campagna vaccinale, con implicazioni importanti per la salute delle persone. Con il Covid, il pubblico ha fatto esperienza diretta, attraverso i mezzi d’informazione, di quello che è il processo scientifico di trial and error, per cui all’inizio di un fenomeno si conosce poco e si suggeriscono approcci sulla base della migliore evidenza disponibile al momento. Quando l’evidenza disponibile cambia, si può benissimo, in perfetta onestà, senza nessun tipo di dietrologia, cambiare opinione, perché è cambiata l’evidenza. Questo ovviamente è il modo standard di procedere nella scienza, ma se presentato in maniera approssimativa può dare origine a confusione.

Sempre a proposito di pandemia e informazione, si è osservato l’”effetto Fox News”.

Sì, negli Stati Uniti, dove trasmette Fox News, nota per essere un’emittente molto schierata a destra, con alcuni conduttori che, soprattutto all’inizio, mettevano in dubbio la gravità del Covid-19. È stato possibile stabilire un rapporto di causa-effetto  tra visione di determinate trasmissioni e comportamenti, sfruttando il fatto che in alcuni stati americani Fox News ha una posizione nei canali diversa rispetto ad altri. Se Fox è registrata su canali con numero più basso, le probabilità che le persone la guardino sono più alte e, in queste aree,  ciò ha prodotto un effetto negativo sulle vendite di mascherine, disinfettanti, distanziamento sociale e quindi un aumento dei contagi e della mortalità. In una situazione in cui non ci sono esperienze personali a guidarci e ci si deve rifare ai media, guardare il programma sbagliato, a volte, può fare la differenza tra la vita e la morte per quanto esagerato possa sembrare.

Per quale motivo l’indipendenza dei media è utile per la salute di un sistema sociale e politico?

L’indipendenza è importante perché dà la possibilità di discutere apertamente di tematiche importanti per la collettività. Purtroppo i media fanno sempre più fatica a conquistarla. Nel capitolo discuto di uno studio sull’Ungheria che mostra come il governo di Orban, nel corso degli anni, abbia utilizzato la pubblicità per finanziare solo i media che approvavano la sua linea, lasciando a secco le voci critiche. Ad esempio, ad un certo punto il premier e il suo ex compagno di università e magnate dei media Lajos Simicska hanno litigato e quest’ultimo ha cominciato ad attaccare Orban sui suoi mezzi di informazione. Da una settimana all’altra, le pubblicità governative e delle aziende pubbliche hanno cambiato collocazione. Ma i media possono soffrire anche le pressioni dei gruppi industriali e finanziari che direttamente comprano le testate oppure minacciano di tagliare la pubblicità se escono reportage scomodi per loro.

Quale strada è percorribile da parte di chi vuole essere slegato da chi usa le fonti di finanziamento per influenzare la linea editoriale?

Molte testate al giorno d’oggi sono in crisi perché le vendite calano e l’informazione sui siti non permette di sostenere i costi. C’è stata una sottovalutazione da parte dei media che pensavano di poter monetizzare attraverso la pubblicità online. Su questo c’è stato un passo indietro, per cui molti adesso mettono paywall, riducendo i contenuti liberamente accessibili. La gente, dopo 20 anni di gratuità, deve riabituarsi al fatto che l’informazione di qualità va pagata, anche se è fondamentale che l’informazione circoli e non sia ristretta solo a chi se la può permettere. Un modello che lo consente è quello scelto dal Guardian che mette a disposizione di tutti le notizie ma chiede donazioni.

Loro però hanno una audience globale.

Certo, questo significa avere dei volumi di donazioni non trascurabili e che permettono loro di sostenersi. Con la collega Alessandra Casarico della Bocconi, abbiamo fatto un esperimento con lavoce.info, testata online che si regge sul volontariato. Abbiamo notato che, contrariamente a quello che ci aspettavamo, ricordare ai*lle lettori*trici la possibilità di dedurre dalle tasse l’importo donato abbassava la predisposizione a donare. Abbiamo inoltre cercato di vedere quale messaggio è più utile a mobilitare le persone. Questo modello non è il toccasana, ma vale la pena testarlo, magari integrandolo con altri. Adesso, alla fine di ogni articolo lavoce.info chiede una piccola donazione. Dal punto di vista tecnico, sarebbe importante abbassare la difficoltà per effettuare micropagamenti: deve essere tutto molto veloce, fluido. Un’altra possibilità è quella che i lettori propongano tematiche per inchieste e le finanzino. Una strada interessante che ha intrapreso il quotidiano Domani, vediamo se funzionerà.

 

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