L’estate di quest’anno dimostra ancora una volta come molti ambiti dell’esistenza umana dovranno adattarsi alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Alla Facoltà di Scienze e Tecnologie, il mutamento delle condizioni ambientali da anni è al centro di ricerche in settori quali la zootecnia, la fisiologia vegetale o l’entomologia agraria e forestale. Per i*le ricercatori*rici, l’ondata di calore delle ultime settimane è un’ulteriore prova della necessità di adeguare i metodi di produzione e coltivazione.

Non solo gli esseri umani. Anche molti animali e piante soffrono quando, nelle giornate estive, la colonnina di mercurio sale. “Dal 2009 almeno, non si è mai verificata un’ondata di calore come quella dei 10 giorni tra il 13 e il 22 luglio in Alto Adige”, afferma il prof. Massimo Tagliavini. Da allora, il professore di Arboricoltura generale e Agroecologia e il suo gruppo di ricerca hanno raccolto dati sulle ondate di calore per studiare gli effetti di queste temperature estreme sui meli nella zona del lago di Caldaro. “Finché le piante di mele hanno a disposizione acqua a sufficienza, un’ondata di calore che dura da 3 a 7 giorni non crea grossi problemi in termini di flussi di CO2 e acqua”, precisa Tagliavini. Le perdite d’acqua per evapotraspirazione infatti aumenterebbero; ogni grado Celsius in più durante il caldo - ad esempio da 35 a 36 gradi di temperatura massima - comporterebbe 0,11 mm di perdite d’acqua in più al giorno. Finché è disponibile una quantità d’acqua sufficiente per l’irrigazione, ciò non rappresenta un problema per la fotosintesi, in quanto essa, nelle mele, è solo leggermente influenzata dalle alte temperature. Le viti, invece, a causa del caldo estremo chiudono gli stomi. “La riduzione della fotosintesi ha quindi un impatto sulla crescita e sul livello di zucchero dell’uva”, spiega il docente.

Il prof. Massimo Tagliavini, ordinario di Arboricoltura generale e Agroecologia alla Facoltà di Scienze e Tecnologie.

“La domanda che dobbiamo porci è: fino a che punto i meli possono resistere alle ondate di calore che in futuro saranno sempre più frequenti e più forti?”, chiede Tagliavini. Con l’avanzare dei cambiamenti climatici, non sarà solo la crescente scarsità idrica a richiedere un adeguamento dei meleti. Quando le temperature raggiungono i 40 gradi, come è successo di recente, esiste il rischio concreto che le mele vengano danneggiate dalle scottature. “Quando il frutto è esposto al sole, la temperatura della buccia delle mele può riscaldarsi di 5-7 gradi in più rispetto all’ambiente circostante”, chiarisce, “Per evitarlo, le reti svolgono un’azione importante. L’irrigazione delle chiome può essere utilizzata anche come misura preventiva ma aumenta il rischio di malattie fungine”.

Prevenire un brusco calo della produzione di latte

Gli effetti del riscaldamento globale pongono numerose sfide anche all’allevamento. Matthias Gauly, professore di Zootecnia, distingue tra effetti diretti e indiretti dei cambiamenti climatici sugli animali. Gli effetti indiretti comprendono, ad esempio, la diminuzione della quantità e della qualità dei mangimi come il fieno, di cui anche l’agricoltura sta soffrendo molto quest’anno, o l’aumento dei fattori che causano malattie come virus, batteri e insetti portatori di malattie. In queste settimane gli animali inoltre patiscono anche gli effetti diretti del caldo estremo. Il modo in cui reagiscono varia: da un lato ci sono gli animali che possono sudare, come i bovini e i cavalli, dotati di ghiandole sudoripare; dall’altro quelli che non possono farlo, come i maiali, che si rinfrescano sguazzando nel fango o che, negli allevamenti industriali, devono essere tenuti a lungo in stalle con aria condizionata. Oltre al calore, anche l’umidità e il movimento dell’aria hanno un ruolo importante. “Quando l’umidità è elevata, gli animali che sudano, come gli esseri umani, fanno molta più fatica a rilasciare il calore nell'ambiente; il vento e la ventilazione, invece, li aiutano a farlo ed è per questo che sempre più stalle vengono dotate di ventilatori”.

Matthias Gauly è professore di Zootecnia alla Facoltà di Scienze e Tecnologie.

Come gli esseri umani, anche gli animali perdono l’appetito a causa del caldo estremo. Soprattutto nell’allevamento di bestiame da latte, dove le prestazioni sono state aumentate sempre di più negli ultimi decenni, si può notare un forte calo della produzione di latte a partire da una temperatura di 20°, come ha dimostrato il prof. Gauly in alcuni suoi studi del passato. “Questo valore all’epoca ci ha sorpreso, soprattutto perché quando si supera questa soglia, la lattazione totale diminuisce già di diverse centinaia di chili”, spiega l’esperto. La conseguenza? Anche nelle regioni alpine, gli allevatori devono investire in ventilatori e irrigatori per proteggere gli animali dall’aumento delle temperature. “La maggior parte delle stalle libere ne è già dotata; ma questi investimenti valgono anche per le stalle a stabulazione fissa, perché le prestazioni rimangono più costanti e ciò va a vantaggio della salute e del benessere animale”, aggiunge Gauly.

Maggiore carico di parassiti invasivi

E come reagiscono gli insetti ausiliari e i parassiti alle temperature estreme? Hannes Schuler, professore di Entomologia agraria e forestale, ci ricorda che gli insetti sono ectotermi, cioè non possono regolare la loro temperatura corporea attraverso il loro metabolismo. Quando le temperature superano i 35 gradi, come nelle ultime settimane, l’attività di molte specie diventa notturna: durante il giorno cercano riparo, anche in appartamenti e case più fresche. Secondo Schuler, anche i tassi di attività e di riproduzione, che per molte specie raggiungono il loro optimum a temperature intorno ai 30 gradi, diminuiscono quando il termometro supera quella soglia.

Il prof. Hannes Schuler insegna Difesa delle piante nel Corso di laurea in Scienze agrarie, degli alimenti e dell'ambiente montano.

Gli insetti invasivi introdotti dalle aree tropicali, come la zanzara tigre, sono in grado di resistere meglio al caldo attuale, ma hanno bisogno di accumuli d’acqua per la riproduzione e questi scarseggiano nell’attuale periodo di siccità. In generale, tuttavia, secondo tutti gli studi e le proiezioni, è chiaro che periodi caldi più lunghi e inverni più miti porteranno a un maggiore carico di parassiti invasivi come risultato dei cambiamenti climatici. “Con l’accelerazione dei cicli riproduttivi, l’allungamento delle stagioni di crescita e gli inverni più caldi, i parassiti possono formare ulteriori generazioni ad ogni stagione, aumentando la loro potenziale dannosità”, conclude Schuler.

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