Per decenni le violenze commesse durante il primo conflitto mondiale non sono state un argomento trattato in maniera esaustiva dalla ricerca storica. Il direttore del Centro di Competenza Storia Regionale, Oswald Überegger, docente alla Facoltà di Scienze della Formazione, ha pubblicato sulla rivista “Studi Storici” una ricerca storiografica dal titolo “Crimini di guerra nel primo conflitto mondiale. Per una storia interdisciplinare della violenza”.

In generale, il tema della violenza bellica è legato maggiormente alla Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto. A confronto dei crimini dei nazisti e dei crimini di guerra perpetrati nei conflitti sorti dopo il 1945, la Prima Guerra Mondiale sembrava relativamente innocua. Che non sia così, lo sappiamo dagli studi storiografici degli ultimi 30 anni che si sono occupati dei crimini di guerra della Grande Guerra. “Nella storiografia militare del periodo interbellico ha prevalso un tono ammantato di eroismo: si parlava sempre di “eroi” e “vittorie” e, ovviamente, si intendevano i propri soldati o il proprio esercito. In seguito, nella storiografia più recente, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, la storia quotidiana della guerra è diventata più interessante. Le ultime ricerche dimostrano che, in termini di atrocità, la Prima guerra mondiale si inserisce perfettamente nella storia sanguinosa del XX° secolo”, afferma Überegger.

Prof. Überegger, perché la storia della violenza nella Prima guerra mondiale è stata così a lungo trascurata nel dibattito accademico e pubblico?

Dopo il 1945, è stata la Seconda guerra mondiale la protagonista del dibattito pubblico e anche accademico. La violenza bruta e ideologica di Hitler ha “silenziato” i crimini della Prima guerra mondiale. Solo negli anni ‘90 una nuova generazione di storici ha cercato di fare i conti con la storia violenta del primo conflitto mondiale. Il ritorno della guerra in Europa - nei Balcani, sotto forma di guerre intestine all’Ex-Jugoslavia - potrebbe aver giocato un ruolo importante in questo senso. Dopo tutto, queste ”nuove” guerre di fine millennio hanno anche aumentato l’interesse per le “vecchie” guerre del XX° secolo.

Il concetto di crimini di guerra e la loro punibilità era visto come qualcosa di controverso, dopo la Prima Guerra Mondiale?

Sì, lo si può certamente affermare. Le norme di diritto internazionale sono sempre state controverse. Per uno Stato, il contenimento della violenza attraverso le norme del diritto internazionale è magari eccessivo, mentre altri si aspettano di più. Il diritto internazionale codificato è sempre stato un compromesso tra gli Stati. Ciò è avvenuto anche alle Conferenze di pace de L’Aia del 1899 e del 1907. Il diritto internazionale in vigore durante la Prima guerra mondiale si basava appunto sulle “Convenzioni de L’Aia”. La “Convenzione de L’'Aja concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre” portò progressi significativi. Ad esempio, definì per la prima volta lo status di combattente regolare e regolò il trattamento dei prigionieri di guerra e la regola dell'occupazione. Per certi versi, però, anche questa convenzione era un’arma spuntata, in quanto non conteneva quasi nessuna disposizione per l’effettiva punizione dei crimini di guerra ma, soprattutto, non l’ha rispettata quasi nessuno. In realtà, era già superata quando è entrata in vigore, perché orientata più alle guerre convenzionali del XIX° secolo che alla nuova guerra industriale di massa dell'inizio del XX° secolo.

Su cosa si è concentrata finora la storia della violenza nella Prima Guerra Mondiale?

Sono fondamentalmente due i temi che hanno dominato la storia dei crimini di guerra nella Prima guerra mondiale fino ad oggi. In primo luogo, naturalmente, il genocidio degli armeni nel 1915 e nel 1916: crimine che viene costantemente negato dalla Turchia ufficiale ancora ai nostri giorni. Il genocidio è stato al centro dell’attenzione pubblica nel 2006, ad esempio, quando lo scrittore turco Orhan Pamuk ha parlato di genocidio in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura. In Turchia, questa dichiarazione ha portato Pamuk a un procedimento legale per “insulto alla turchità”. D’altra parte, l’attenzione si è concentrata sulle cosiddette “atrocità tedesche”, cioè le atrocità commesse dall’esercito tedesco in Belgio e nel nord della Francia all’inizio della guerra nel 1914. Diverse migliaia di civili sono stati uccisi dai soldati tedeschi in piccoli e grandi massacri. Al contrario, sappiamo poco del fronte orientale e del fronte balcanico della Prima guerra mondiale. E manca la ricerca interdisciplinare.

Come si può colmare questa lacuna?

Attraverso ulteriori ricerche storiografiche e soprattutto interdisciplinari. Si dovrebbero applicare all’est e al sud-est europeo standard simili a quelli applicati alla ricerca sul fronte occidentale. Le prime ricerche sulle azioni dell’esercito russo in Prussia orientale e nelle zone di confine asburgiche hanno dimostrato che queste azioni non erano meno violente e contrarie al diritto internazionale dell’invasione tedesca del Belgio e della Francia settentrionale. E in molti casi l’esercito austro-ungarico procedette con massiccia brutalità anche in Serbia dove, nel 1914, l’esercito asburgico commise crimini di guerra simili a quelli commessi dai tedeschi in Belgio e dai russi nella Prussia orientale e nei territori asburgici occupati. Ci furono massacri della popolazione civile con molte migliaia di morti.

Perché sostiene la necessità di un approccio interdisciplinare?

Perché la violenza non può essere compresa da una prospettiva disciplinare unilaterale. Per comprendere il processo di nascita della violenza bellica, abbiamo assolutamente bisogno delle competenze di altre discipline, come la sociologia, la psicologia, le scienze politiche, l'antropologia e la neurologia. L’emergere della violenza e il fatto che in guerra commettano violenza anche persone che altrimenti non lo farebbero, sono tutte procedure e processi complessi e che vanno studiati con gli strumenti adeguati.

 

Ci sono orientamenti storiografici che hanno contribuito a un cambiamento di direzione nella ricerca?

Per la ricerca sulla Prima guerra mondiale, da un lato, è stata sicuramente molto importante la ricerca svolta dalla scuola francese “Historial” che, per la prima volta, ha impiegato un approccio culturalista al tema della violenza, trattandolo in modo direi pionieristico. Anche le ricerche degli storici irlandesi John Horne e Alan Kramer, che una ventina di anni fa hanno pubblicato una voluminosa monografia sui crimini di guerra tedeschi sul fronte occidentale, sono state particolarmente influenti. L’ultima generazione di storici della violenza bellica - tra cui mi annovero anch’io - sta affrontando il tema da una prospettiva interdisciplinare. Sono e siamo interessati soprattutto alle forme di violenza in sé e alle dinamiche che portano alla violenza eccessiva. Non si tratta tanto di numeri concreti o della natura dei crimini, ma della questione di come e in quali condizioni e contesti si scateni una violenza eccessiva che conduce a crimini di guerra.

Che direzioni di ricerca intravede per il futuro?

Penso che la ricerca continuerà sulla stessa strada intrapresa di recente, cioè quella della ricerca interdisciplinare e sempre più volgerà il suo sguardo ai teatri di guerra lontani dal fronte occidentale. Io stesso sto conducendo ricerche sui crimini di guerra in diverse regioni europee, ad Est, nei Balcani e nelle regioni di confine tra Austria e Italia. Tra le altre cose, mi sono occupato anche dei crimini di guerra commessi nella regione di confine russo-asburgica durante la Prima guerra mondiale, quindi anche nell’odierna Ucraina. L’Ucraina occidentale all’epoca apparteneva all’impero asburgico. La cosa che sconcerta è che non c’è quasi nessuna differenza nelle atrocità commesse in guerra più di 100 anni fa e oggi, nella guerra in corso tra Russia e Ucraina. L’elenco dei crimini di guerra che vediamo ogni giorno sui media è quasi identico a quello delle atrocità commesse durante la Prima guerra mondiale. Per dirla in altro modo. Non esistono conflitti senza crimini di guerra. O ancora: Bucha è ovunque.

 Immagine di apertura: © Ivo Corrà

 

 

 

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