I lavoratori agricoli che vengono sfruttati non sono solo i raccoglitori di pomodori in Puglia o Sicilia, ma anche i raccoglitori di mele e uva in Alto Adige. Il progetto FARm mira a far emergere questa scomoda realtà ed a sviluppare strumenti di prevenzione.

Susanne Elsen, come è nata l’idea di condurre una ricerca sullo sfruttamento lavorativo in agricoltura?
Si tratta di un tema caldo in tutta Italia, ma spesso commettiamo l’errore di credere che riguardi solo le regioni del sud. In realtà lo sfruttamento lavorativo interessa tutte le regioni con sistemi produttivi di agricoltura avanzata. L’Alto Adige non fa eccezione, e chiaramente neppure il Veneto e la Lombardia. Insieme alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Verona, che funge da capofila, l’Università di Trento e La Statale di Milano abbiamo quindi dato vita a FARm, o Modello di Filiera dell’Agricoltura Responsabile, per raccogliere dati che ci aiutino a descrivere con più precisione il fenomeno e sviluppare sistemi di prevenzione. Il progetto è finanziato dall’Unione Europea e dal Ministero del Lavoro. L’Università di Bolzano porta la propria expertise nel campo delle scienze sociali.

Come descriverebbe lo sfruttamento lavorativo?
Solitamente riguarda fasce molto deboli, per lo più stranieri, uomini e donne. Chiaramente chi si trova in Italia illegalmente è più vulnerabile, ma parliamo di sfruttamento anche nel caso di molti stagionali, che passano regolarmente il confine ma lavorano per un compenso irrisorio, sono iscritti a libro paga solo per parte del lavoro che svolgono e vengono alloggiati in strutture assolutamente inadeguate. E poi ci sono coloro che lavorano completamente in nero.

Qual è la situazione in Alto Adige?
Alla fine del 2019 la Guardia di Finanza ha controllato 67 aziende in provincia di Bolzano. 24 di queste sono risultate non in regola, in particolare sono stati scoperti 80 lavoratori completamente in nero. Sul giornale Alto Adige, che ha riportato la notizia il 27 novembre scorso, si parlava espressamente di caporalato. Alla luce di questi dati il nostro progetto di ricerca assume un’importanza ancora maggiore.

In questo meccanismo siamo coinvolti tutti, le aziende agricole che cercano di risparmiare sulla manodopera tanto quanto i grossisti e la rete della grande distribuzione che praticano il dumping e comprano al minor prezzo possibile, per finire con noi consumatori.

Susanne Elsen

Come pensate di procedere?
Innanzitutto, creando rete tra tutti i soggetti che già si occupano del tema ed interessando le istituzioni. Abbiamo per esempio coinvolto il Progetto Alba dell’associazione La Strada / Der Weg che mira ad assistere e fornire protezione sociale e inserimento lavorativo alle persone vittime di tratta. Ed abbiamo avuto un primo colloquio con l’assessore provinciale all’agricoltura Arnold Schuler: ci ha ringraziato per questa iniziativa e tramite lui speriamo di poter coinvolgere il Bauernbund. Grazie al contatto con gli stakeholder miriamo a realizzare una profonda analisi della situazione.

Crede che le aziende agricole vorranno collaborare?
Quello che mi preme mettere in evidenza è che non siamo alla ricerca di colpevoli. In questo meccanismo siamo coinvolti tutti, le aziende agricole che cercano di risparmiare sulla manodopera tanto quanto i grossisti e la rete della grande distribuzione che praticano il dumping e comprano al minor prezzo possibile, per finire con noi consumatori: se vediamo un chilo di arance venduto a 99 centesimi non possiamo pensare che sia stato prodotto rispettando i lavoratori.

È un discorso che la rete del commercio equo e solidale porta avanti da molto tempo…
Sì, e crediamo che proprio in Alto Adige, dove è nato Altromercato, valga la pena di riprenderlo per guardare all’economia di casa nostra. Uno dei risultati del progetto di ricerca, che punta a sviluppare strumenti anche molto pratici che aiutino ad arginare lo sfruttamento, potrebbe essere la creazione di un’etichetta che, affiancata al marchio Südtirol, certifichi il rispetto e la giusta retribuzione dei lavoratori. Proprio come l’etichetta “fair trade”.

FARm vuole quindi essere anche un’azione di sensibilizzazione.
Certo, in questo senso diciamo che è una ricerca-intervento. Desideriamo sensibilizzare i consumatori e contemporaneamente creare una rete che coinvolga istituzioni, enti di intermediazione del lavoro, il privato-sociale, le imprese agricole, i sindacati. Una rete solida, che possa reggere anche quando, tra due anni, il progetto FARm sarà concluso.

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