Massimo Tagliavini, professore di Arboricoltura generale ed Ecologia agraria alla Facoltà di Scienze e Tecnologie unibz, prende posizione su un tema di grande attualità.

Le “produzioni agricole di tipo biologico” sono di grande attualità e da alcuni anni sono oggetto di dibattito anche su testate locali e nazionali. La comunità scientifica che si occupa di agricoltura ritiene necessario fare chiarezza sul tema delle produzioni biologiche, inquadrandolo in quello più ampio della sostenibilità. Classificare i diversi tipi di agricoltura, conferendo patenti di buono o cattivo senza alcun supporto scientificamente valido, avalla infatti posizioni poco razionali e non scevre da rischi per l’agricoltura italiana. L’agricoltura è una, variamente declinata in funzione dei contesti ecologici e socioeconomici, e deve perseguire sempre la sostenibilità, cui la ricerca e la didattica devono dare priorità.

Il biologico è una realtà, non solo in Italia, ma per accompagnarne la crescita è necessario introdurre nei sistemi di produzione varie forme di innovazione. Produrre in modo “biologico” significa, in genere, ottenere rese (quantità di prodotto per unità di superficie) più basse rispetto alle potenzialità della coltura, con costi per unità di prodotto spesso più elevati. Per garantire il reddito all’azienda, il prodotto biologico deve pertanto essere venduto a prezzi generalmente più elevati. A livello di Paese, per produrre la stessa quantità di alimenti, in presenza di una generalizzata diminuzione delle rese, sarebbe invece necessario più suolo. Dal momento che, per garantire gli standard alimentari attuali, l’Italia importa già elevate quantità di prodotti agroalimentari, è chiaro che se la produzione nazionale diminuisse, le importazioni dovrebbero aumentare ulteriormente.

Le tecniche di produzione biologica sono in genere da valutare positivamente per gli effetti sull’ambiente (soprattutto per l’attenzione alla biodiversità ed alla fertilità del suolo) ma “biologico” non è automaticamente sinonimo di sostenibilità, soprattutto se gli indici di sostenibilità sono riferiti all’unità di prodotto e non all’unità di superficie. Questo problema si avverte soprattutto per quelle colture e ambienti in cui la produzione “biologica” utilizza genotipi sensibili in presenza di una forte pressione di parassiti e patogeni: è il caso, ad esempio, dei vigneti biologici, dove esistono serie preoccupazioni legate all’accumulo di rame nel suolo, impiegato in dosi elevate per il controllo di patologie della vite. I vincoli nell’impiego di mezzi per la difesa dai patogeni e parassiti ammessi nel “biologico”, se da un lato hanno un generale effetto positivo sulla diminuzione dei rischi legati ai residui di fitofarmaci sui prodotti raccolti, dall’altro, per alcune colture (es. il mais), possono rendere il prodotto stesso inutilizzabile per l’alimentazione umana, in quanto contaminato da tossine prodotte da funghi.

Massimo Tagliavini e alcuni studenti durante una esercitazione in campo.

Una corretta divulgazione scientifica impone anche una precisazione relativa alla distinzione tra tecniche agronomiche basate su risultati sperimentali o su deduzioni di principi scientifici, che fanno parte del patrimonio dei produttori biologici e le pratiche esoteriche che in gran parte distinguono il metodo produttivo “biodinamico” dal “biologico. Queste ultime, sebbene suggestive, non hanno trovato ad oggi fondamento scientifico.

Servono divulgazione, trasferimento tecnologico e formazione continua degli operatori. Anche l’agricoltura biologica dovrà, utilizzare al meglio le potenzialità che il miglioramento genetico sta offrendo, senza rifiuti preconcetti, e impiegare genotipi di varietà vegetali e razze animali più produttivi, rustici, resistenti e resilienti. I principi di sostenibilità ecologica, sociale ed economica dovranno guidare l’agricoltura del futuro nelle sue diverse forme. Gli operatori del mondo agricolo, così come gli scienziati, devono continuare a dialogare sul tema della sostenibilità insieme ai consumatori ed alla società civile.

Autore: Prof. Massimo Tagliavini, Facoltà di Scienze e Tecnologie, Libera Università di Bolzano e membro del consiglio di Presidenza dell’Associazione italiana delle Società Scientifiche Agrarie 

 

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