L’emergenza sanitaria ce lo ha dimostrato con chiarezza: la lingua che parliamo è espressione della società in cui viviamo. Analizzando articoli di giornale, decreti ministeriali e blog specialistici, Natascia Ralli, linguista di Eurac Research, ci accompagna in un’analisi terminologica della pandemia.

In pochissimo tempo una sola parola è riuscita a cambiare le nostre vite e la nostra quotidianità: coronavirus. Questa parola, appartenente al lessico della medicina, in realtà esisteva già, ma era nota solo agli esperti. La sua comparsa nella stampa italiana risale allo scorso 11 gennaio, quando Repubblica scriveva che “dietro alla polmonite virale diffusasi in Cina e che ha colpito 59 persone nel mese di dicembre scorso, i ricercatori hanno identificato un nuovo tipo di coronavirus”.

Ma è solo verso fine gennaio, con i primi due casi accertati in Italia e la dichiarazione da parte dell’OMS dell’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, che “coronavirus” entra,ufficialmente nel nostro lessico quotidiano. Intorno ad esso comincia velocemente a prendere forma un apparato concettuale fatto di termini ed espressioni provenienti da contesti specialistici (es. soggetto asintomatico, caso confermato, assembramento, distanziamento sociale, DPCM), di nuove parole composte o derivate (es. emergenza coronavirus, corona-crisi, coronabond, pre-Covid), di nuovi termini complessi (es. distanza di sicurezza interpersonale, divieto di spostamento), di parole ed espressioni a cui viene attribuito un nuovo significato (es. distanza sociale, persona positiva, autoisolamento) e anglicismi (es. lockdown, Covid-free, runner), come descritto anche da Accademia della Crusca, magazine Treccani e blog specialistici.

Di pari passo con l’evoluzione della pandemia e con i provvedimenti che vengono adottati per contrastarla, lingua dei media e lingua istituzionale generano nuove espressioni, evolvendosi così fianco a fianco, come se procedessero su binari paralleli. Se il Presidente del Consiglio parla di “lavoro agile”, i media parlano di “smart working” e “telelavoro”, come se fossero sinonimi, quando in realtà non lo sono. Se nei decreti è previsto l’“isolamento fiduciario”, i media prediligono “autoisolamento”, che non è (sempre) la stessa cosa. Il risultato è una pandemia terminologica. Quando si parla di terminologia, i non addetti ai lavori sono spesso soliti ricondurla alla traduzione, come se il fatto che una parola sia chiara e corretta sia importante solo in un’ottica traduttiva. Eppure correttezza, trasparenza, uniformità del lessico per rendere la comunicazione fluida e precisa sono fondamentali anche quando ci si muove all’interno di una stessa lingua. Chi, leggendo il decreto che annunciava l’inizio della fase 2, non si è chiesto chi fossero i “congiunti” o gli “affetti stabili”?

→ (testo ridotto, per la versione integrale: https://blogs.eurac.edu/covid-19/dellarticolo- non-ve-certezza/)

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