In un ecosistema, la bellezza non è sempre sinonimo di qualità. Quando vengono effettuate riqualificazioni degli ambienti fluviali, è importante capire come gli interventi programmati possono realmente influire sulla vitalità delle rive e delle acque. Le tre università dell’Euregio hanno messo a punto una metodologia per prevedere l’efficacia di queste delicate operazioni ambientali.

I ricercatori del River Basin Group (RBG), il team della Libera Università di Bolzano che studia le dinamiche idrologiche e geomorfologiche dei fiumi di montagna, si immergono totalmente negli studi in cui sono impegnati. La scelta del verbo “immergersi” non è casuale ma descrive accuratamente la scena a cui assistiamo. 

Siamo in Valle Aurina, sulle sponde del torrente Aurino. Quattro ricercatori della Libera Università di Bolzano stanno uscendo dal fiume, dopo aver nuotato controcorrente per qualche decina di metri. Da queste parti, è insolito vedere persone vestite con mute in neoprene entrare e uscire dall’acqua. I pochi ad avventurarsi nelle rapide, solitamente, sono solo alcuni pescatori. Questi ultimi non immaginano però che l’ispezione del torrente portata avanti dai subacquei di montagna serva anche a rendere possibile il loro passatempo preferito. “Oggi siamo andati a scandagliare il fondale per renderci conto, per mezzo di un’indagine visiva, se le rive del torrente sono sufficientemente popolate di pesci e, soprattutto, verificare quali specie le abitino. Anche grazie a questa informazione riusciamo a valutare se un contesto ambientale si trova in una situazione di sofferenza”.

A parlare è Andrea Andreoli, uno dei quattro ricercatori “subacquei” delRBG della Facoltà di Scienze e Tecnologie unibz, diretto da Francesco Comiti. Andreoli è un esperto di gestione ambientale dei bacini idrografici e delle tecniche di rappresentazione del territorio e, dal 2014, insegna e fa ricerca a Bolzano dove è arrivato dopo aver insegnato per anni all’Università di Concepción, in Cile. Le esplorazioni subacquee rientrano nel progetto “Fharmor - Fish Habitat in Alpine Rivers” il cui obiettivo è comprendere se l’habitat dei fiumi alpini stia correndo il rischio di un impoverimento biologico, soprattutto in seguito a interventi dell’uomo. 

Andrea Andreoli, ricercatore del River Basin Group di unibz.

Il progetto coinvolge tutte e tre le università dell’Euregio e ognuna vi partecipa con una specializzazione propria. L’Università di Trento si occupa della modellazione matematica. L’ateneo di Innsbruck del telerilevamento mentre Bolzano, più forte sulla caratterizzazione fisico-morfologica del fiume, effettua il monitoraggio dei corsi d’acqua. “Negli ultimi anni si sono diffusi sempre di più gli interventi cosiddetti di rinaturalizzazione dei torrenti e dei fiumi. Nel nostro territorio, ciò è stato una parziale conseguenza delle compensazioni concesse ai comuni dell’Alto Adige per le centrali per la produzione di energia idroelettrica”, afferma Andreoli.

“Queste ultime ovviamente apportano dei vantaggi in termini economici e, da un punto di vista, anche ambientali perché producono energia rinnovabile ma, dall’altro, provocano un’alterazione dell’ecosistema fluviale”. “Senza le modifiche antropiche del corso del fiume, questo assumerebbe autonomamente una forma propria e aggiungerebbe un stato detto di equilibrio dinamico. La canalizzazione e gli sbarramenti invece condizionano le forme di vita al suo interno, cancellando buona parte della diversità”, aggiunge Andreoli. “A seconda del ciclo di vita, invece, ogni pesce ha bisogno di habitat diversi. Un canale rettificato, sempre uguale, può quindi impedire questa ricchezza biologica”.

I ricercatori dell’Euregio sono andati a cercare di capire come è possibile impostare le rinaturalizzazioni in modo tale da sfruttare le potenzialità dell’equilibrio dinamico dei fiumi. Gli interventi di ripristino possono infatti non essere sempre benefici. Per saperlo, bisogna studiare le conseguenze dei lavori sulla flora e sulla fauna presenti nell’acqua e poi cercare di usare i dati raccolti per capire come riqualificare in maniera ecosostenibile. Andreoli ha lavorato assieme a un esperto del Politecnico di Torino, Paolo Vezza, che analizzando le presenze ittiche - per mezzo della pesca selettiva e dell’elettropesca – valuta la vitalità nel fiume. 

Vista aerea del torrente Aurino.

Nell’ispezione di oggi, sono emerse buone notizie: sotto la superficie cristallina dell’acqua, i ricercatori hanno annotato soprattutto la presenza di pesci come trote, temoli, scazzoni. Questi ultimi, pesci dall’aspetto decisamente sgraziato, sono però indicatori affidabili della qualità delle acque. Oltre alle ispezioni in loco, il RBG della Libera Università di Bolzano utilizza il telerilevamento per registrare dati sulla qualità morfologica del fiume e sull’habitat. La confronta quindi con il passato anche per mezzo di mappe storiche e fotografie aeree o delle sezioni fornite dagli archivi della Provincia Autonoma di Bolzano. “Così possiamo vedere come sono cambiate le zone e se è migliorato qualcosa”, aggiunge Andreoli.

Il gruppo di ricerca dell’Università di Innsbruck invece ha ricostruito la morfologia del fiume avvalendosi del Lidar batimetrico. Si tratta di un sensore basato sull’utilizzo del laser con cui è possibile realizzare ricostruzioni in 3D del letto del fiume. Infine, il gruppo di Trento si occupa della modellazione matematica. “In pratica, i dati che noi e i colleghi di Innsbruck raccogliamo sul campo, li mandiamo a Trento dove fisici e matematici creano un modello di intervento che sappia predire gli effetti delle azioni di rinaturalizzazione da intraprendere”, sottolinea Andreoli. Lo scopo ultimo di questo progetto è predisporre operazioni di risanamento fluviale i cui risultati possano essere previsti in maniera accurata. E la meta sembra essere a portata di mano.

“Attualmente sarebbe impossibile fare un’analisi come quella di oggi, così dispendiosa, per tutti i fiumi dell’Alto Adige”, ammette Andreoli. “Con il progetto Fharmor stiamo predisponendo gli strumenti che potrebbero aiutare sia la protezione civile che l’ufficio bacini montani a decidere quali interventi di riqualificazione fluviale intraprendere, differenziandoli a seconda dei reparti biogeografici”.

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