Fino alla metà degli anni novanta parlare di diversità in Alto Adige voleva dire riferirsi ai tre gruppi linguistici storici. Da allora però il numero di persone con cittadinanza straniera che ha scelto la provincia di Bolzano come nuova casa è in aumento costante e non c’è ragione di credere che il trend si fermerà, nemmeno di fronte alla pandemia. Quasi triplicata negli ultimi vent’anni, da 16.000 presenze nel 2002 a oltre 50.000 nel 2017, la popolazione con background migratorio aggiunge nuova diversità al territorio, aprendo domande e sfide nuove. Nel “Rapporto sulle migrazioni Alto Adige 2020”, 30 studiose e studiosi di sociologia, geografia, diritto, storia, biologia, antropologia, scienze politiche e linguistica di Eurac Research analizzano chi sono i migranti in Alto Adige e come funziona il loro inserimento a scuola, nel mondo del lavoro e sulla scena politica. Cento pagine ricche di testimonianze, infografiche e immagini: il Rapporto è pensato come strumento per supportare le politiche locali, ma anche come lettura divulgativa e come materiale didattico.

Lorenzo è romano e ha lavorato in Francia, Marocco e Sri Lanka prima di approdare a Bolzano. Hanaa è arrivata in Italia dall’Iraq trent’anni fa e ora fa la consigliera comunale nelle fila della Lega Nord. Gertrud si è trasferita da Curon Venosta a Kirchdorf in Austria nel 1952, quando la diga ha sommerso la sua casa. Sono solo tre delle storie che emergono dal “Rapporto sulle migrazioni Alto Adige 2020” di Eurac Research e che mostrano quanto sia variegato il fenomeno migratorio nella nostra provincia. Le persone in movimento sono infatti più di quante si pensi, pur con motivazioni e risorse diverse.
“I media e tanti politici ci restituiscono spesso un’immagine fuorviante: si focalizzano sui migranti che provengono da paesi a basso reddito e culturalmente più lontani”, evidenzia la giurista Roberta Medda-Windischer, co-curatrice del Rapporto. “Ma per quanto in una certa percezione comune alcune categorie possano suscitare più diffidenza, la realtà è spesso diversa da come ce la immaginiamo o ce la vogliono far immaginare gli imprenditori della paura. Se ampliamo la prospettiva, dati e ricerche scientifiche ci mostrano un quadro più articolato”. La popolazione con cittadinanza straniera residente in provincia vede al primo posto gli albanesi seguiti da tedeschi e pakistani; i cittadini provenienti dai vari stati africani sono in coda. La loro somma rappresenta infatti il 14 per cento del totale degli immigrati, cioè solo un quarto degli immigrati europei. Diversamente dalla percezione comune, la religione prevalente è quella cristiana e nelle scuole il 50 per cento degli alunni definiti “stranieri” per il loro passaporto è in effetti nato e cresciuto in Italia. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il Rapporto analizza da una parte la manodopera che arriva da altri paesi e anche da altre regioni italiane; nel 2017 Bolzano è stata la terza provincia italiana più attrattiva dopo Bologna e Monza Brianza, con una domanda molto alta e una disoccupazione complessiva sotto al tre per cento. Dall’altra parte, il Rapporto racconta di chi, spesso con un titolo di studio accademico in tasca, dall’Alto Adige emigra, circa 1500 persone solo nel 2017.

I flussi migratori portano con sé una ambiguità di fondo, anche in Alto Adige: sono inevitabili, e in alcuni casi indispensabili per ragioni economiche, ma aumentano anche il rischio di tensioni sociali se manca una gestione attenta e coraggiosa. “Qui il legame con il territorio rimane molto saldo, ma allo stesso tempo non è possibile né desiderabile sottrarsi alle dinamiche migratorie globali”, specifica il sociologo Andrea Membretti, co-curatore del Rapporto. “Anzi, è proprio qui, dove è stato raggiunto a fatica un equilibrio di convivenza tra diversi gruppi linguistici, che il tema lancia nuove sfide, a partire dal ruolo che le nuove comunità potranno avere – insieme a quelle storicamente presenti – nello sviluppo di questa provincia”. Un tema per esempio è quello dei migranti che sempre più spesso abitano le aree interne: il numero di chi si è trasferito nei centri minori è cresciuto del 30 per cento tra il 2000 e il 2018, contro un aumento del 23 per cento degli spostamenti verso le città. Un altro aspetto su cui giuristi e politologi si sono soffermati è come il meccanismo proporzionale previsto dallo statuto di autonomia stia reagendo alle trasformazioni e come la politica locale, invece di essere diffidente, potrebbe far leva proprio sui nuovi abitanti per rafforzare l’autonomia territoriale, come accade in regioni analoghe alla nostra come Catalogna o Scozia.

“Abbiamo riunito un ampio gruppo interdisciplinare all’interno di Eurac Research, abbiamo interpellato vari enti pubblici e privati e singoli esperti, e abbiamo lavorato intensamente per quasi due anni, supportati con creatività dal team di comunicazione”, sottolinea l’antropologa Johanna Mitterhofer, project manager. I contributi sono ad ampio spettro: dal management della diversità linguistica, culturale e religiosa al mercato del lavoro, passando per la scuola e la politica, con varie digressioni per esempio su edilizia abitativa, esperienze dell’ospedale di Bolzano e cause legali per discriminazione.
“Con questo Rapporto vogliamo ancora una volta contribuire concretamente alla costruzione del futuro del nostro territorio, mettendo a disposizione analisi e raccomandazioni a decisori politici, amministratori pubblici, soggetti privati e operatori del terzo settore che sono chiamati a gestire i flussi migratori”, sottolinea Stephan Ortner, direttore di Eurac Research.

Il “Rapporto sulle migrazioni Alto Adige 2020” si può scaricare in formato Pdf dalla pagina www.eurac.edu/rapportomigrazioni oppure si può ritirare gratuitamente presso la sede di Eurac Research in viale Druso 1.

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