Sono passati cinque anni da quando sono atterrata per la prima volta alle isole Svalbard. Il mio primo sopralluogo in Artico, nel giugno 2015, serviva per controllare le stazioni di terra e definire aree con vegetazione omogenea.

Dopo anni di studio sugli Appennini toscani e nel parco del Gran Paradiso, ambienti che già giudicavo difficili, non mi sarei mai aspettata di trovarmi da sola, in capo al mondo e con un fucile che avevo paura solo a spostare, nonostante le infinite ore di addestramento. Per questo motivo, tutte volte che vedevo qualcosa muoversi in lontananza o delle impronte sul terreno, speravo che l’orso polare fosse il più lontano possibile… e per il momento mi è andata bene! Nonostante la paura, la fragilità di questo ecosistema, in cui il cambiamento climatico è due volte più rapido che altrove, mi ha incuriosito e spinto a continuare gli studi. Dopo aver lavorato a Tromsø e alle isole Lofoten ho infatti deciso di cominciare un dottorato in Mountain Environment and Ecosystems all’Università di Bolzano. Grazie a una collaborazione con Eurac Research stiamo studiando e confrontando ambienti di alta montagna e artici. Si tratta di un progetto che prevede l’utilizzo di dati satellitari radar e ottici per definire la produttività e la fenologia della vegetazione. Questi due ambienti, geograficamente lontani, condividono condizioni climatiche estreme e sono fortemente minacciati dall’aumento delle temperature. Quando durante l’estate svolgo le attività di campionamento a Ny Ålesund, Longyearbyen e in Val Mazia mi fermo spesso a riflettere sull’urgente bisogno di azioni ambiziose per contrastare il cambiamento climatico. Sebbene il mio studio comporti dei seri rischi mi piace pensare che sia un lavoro utile e ricco di avventura.

Laura Stendardi - dottoranda di unibz e Eurac Research

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