L’ipotesi che il NOI si profili come la Silicon Valley nostrana c’è. Non per una vasta produzione di microchip a base di silicio, ma per la concentrazione di nerd che potrebbero circolarvi: giovani molto abili con le nuove tecnologie e totalmente assorbiti da esse. L’idea è quella di insediarvi una fabbrica di “dati intelligenti”. Dati, cioè, che servono a prendere decisioni che migliorano la vita delle persone. Academia ne parla con Diego Calvanese, docente ordinario e affermato ricercatore di logica computazionale, referente del progetto Smart Data Factory.

Professor Calvanese, di cosa parliamo?
Diego Calvanese: Nella società della conoscenza, ogni attività umana complessa si avvale, direttamente o indirettamente, di nuove tecnologie. Una conseguenza importante di ciò è che viene generata una enorme quantità di dati. Spesso, tutti questi dati restano sepolti nelle varie applicazioni, senza una struttura coerente, e chi dovrebbe utilizzarli per prendere decisioni non riesce a farlo in modo efficace. Mentre un individuo non può amministrare, gestire e analizzare una così grande quantità di dati, i sistemi informatici moderni possono farlo con facilità. D’altra parte, questi sistemi non sono in grado di sfruttare direttamente la conoscenza ed esperienza che hanno gli esperti umani, e che permette di interpretare i dati in modo corretto e utile per la soluzione di problemi concreti. Ci si trova quindi di fronte alla dicotomia tra decisioni umane fondate sulla conoscenza ma non sui dati, ed analisi automatiche su dati efficienti ma spesso irrilevanti ai fini decisionali.

Perché una Smart Data Factory?
Calvanese: L’ambizione è proprio quella di superare questa dicotomia, creando nel Parco Tecnologico un laboratorio informatico altamente specializzato in grado di fabbricare applicazioni di elevato contenuto innovativo per acquisire, processare e analizzare in modo intelligente grandi quantità di dati, nei domini applicativi di interesse per il territorio.

Essere presenti nel Parco Tecnologico servirà a creare quella contiguità utile a superare la distanza tra teoria e pratica. Rappresenta il valore aggiunto.

Prof. Diego Calvanese

Domini applicativi di interesse per il territorio… cosa si intende?
Calvanese: Faccio qualche esempio: tutte le informazioni utili a capire i flussi turistici, dai pernottamenti in hotel alle transazioni legati a cibi e bevande, orientando di conseguenza le politiche sul turismo; oppure ai dati sul trasporto pubblico e privato, per permettere a chi ci amministra di rendere più efficiente il servizio; o ancora, i dati sanitari, per capire – ad esempio - quali sono le malattie più ricorrenti e in quali settori terapeutici occorre investire, o come gestire i tempi d’attesa eliminando i colli di bottiglia. Si tratta di tutti quei dati che se elaborati in maniera leggibile e intelligente permettono a chi prende decisioni strategiche di farlo consapevolmente.

Elaborare dati. Ma può essere fatto ovunque. Perché nel NOI?

Calvanese: All’università studiamo e sviluppiamo nuove tecnologie sulla base di quesiti teorici, ma non sempre sappiamo cosa succede davvero nelle aziende e nelle organizzazioni, con quali problemi si confronta chi utilizza nuove tecnologie e quale difficoltà possano sorgere nell’elaborazione di dati reali. Essere presenti nel Parco Tecnologico servirà a creare quella contiguità utile a superare la distanza tra teoria e pratica. Rappresenta il valore aggiunto.

È la critica ricorrente che viene mossa alle università, rinchiuse in torri d’avorio…
Calvanese: In effetti non è un tema nuovo, ma è da anni che la Facoltà di Scienze e Tecnologie Informatiche promuove iniziative proprio per scardinare queste convinzioni. Un esempio sono le giornate Look and Touch: invitiamo esponenti di un’azienda che illustrano le problematiche che l’azienda sta affrontando e per le quali c’è necessità di competenze avanzate. Successivamente, ognuno dei gruppi di ricerca della facoltà presenta in mezz’ora le ricerche su cui sta lavorando e le tecnologie che sta sviluppando. Si identificano così i temi intorno ai quali può nascere una collaborazione tra i ricercatori e l’azienda.
In sostanza, si gettano le basi per il trasferimento tecnologico, che è anche l’obiettivo principale del nostro laboratorio al NOI.

La Fabbrica dei Dati Intelligenti è una fabbrica fatta di persone, più che di macchinari. Persone che si interfacciano con le aziende e con gli altri soggetti presenti.

Prof. Diego Calvanese

Come è fatta questa Fabbrica Dati Intelligenti?
Calvanese: È una fabbrica fatta di persone, più che di macchinari. Persone che si interfacciano con le aziende e con gli altri soggetti presenti. Contiamo di assumere bravi ricercatori. Abbiamo a disposizione grandi spazi con postazioni computer. L’aspetto davvero innovativo, rispetto ai locali della facoltà, sarà proprio la contiguità con le aziende. Non ci si potrà ignorare.

In concreto, come si sviluppa l’attività?
Calvanese: Co-progettiamo e co-sviluppiamo applicazioni centrate sull’uso intelligenti dei dati. Da un lato i ricercatori, dall’altro organizzazioni varie. Tutti attori dello stesso processo. Proprio la sinergia rende possibile lo sviluppo di queste applicazioni. Autonomamente, ogni attore arriverebbe solo fino ad un certo punto. L’idea è anche un po’ quella di creare applicazioni capaci di collaborare tra loro. Ma la collaborazione reciproca riguarda anche le risorse umane coinvolte. Il fatto che collaborino diverse figure professionali rende possibile il cosiddetto processo di capacity building: lo sviluppo e il potenziamento delle risorse umane. I ricercatori, da un lato, acquisiscono capacità aziendali, i manager, dall’altro, metodologie e tecnologie tipiche della ricerca sulla gestione dei dati. Una situazione win win, in cui tutti ci guadagnano.

Risorse umane e nuove tecnologie: sembra quasi un paradosso. Siamo abituati a sentire che le nuove tecnologie finiscono per ridurre l’apporto di risorse umane. Invece questo laboratorio sembra essere centrato soprattutto sul loro sviluppo in termini quantitativi e qualitativi.
Calvanese: C’è un ulteriore elemento di attenzione al fattore “umano” negli obiettivi del progetto: la fruibilità delle applicazioni e quindi lo sviluppo di interfaccia persona-macchina che migliorino l’esperienza degli utenti.

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